Araldi del Vangelo – Le Sette parole di Gesù



In piedi, accanto alla Croce, Maria, pervasa dall’angustia e dal dolore, udiva dal suo Divino  Figlio le sue ultime parole.


San Tommaso afferma che “l’ultimo nell’azione è il primo nell’intenzione”. Attraverso gli ultimi atti e le ultime disposizioni dell’anima di colui che oltrepassa le soglie dell’eternità, arriviamo a comprendere bene quale è stata la direzione che ha orientato la sua esistenza. Nel caso di Gesù, non soltanto nella morte sulla croce, ma anche, in particolar modo, nelle sue ultime parole, vediamo il senso più profondo della sua Incarnazione. In esse troviamo una splendida sintesi della sua vita: costante ed elevata preghiera al Padre, apostolato tramite la preghiera, condotta esemplare, miracoli e perdono.


La croce fu il divino piedistallo eletto da Gesù per proclamare le sue ultime suppliche ed i suoi ultimi decreti. In alto al Calvario furono chiariti tutti i suoi atti, i suoi atteggiamenti e le sue preghiere. Anche Maria comprese in quel momento, con profondità, la sua missione di madre.


Gesù è la Carità. La perfezione di questa virtù la troviamo nelle “Sette Parole”. Le tre prime prendono in considerazione gli altri (i nemici, gli amici ed i familiari); le altre si rivolgono a Sé stesso.


Prima Parola: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34)


Padre – È il più soave titolo di Dio. In quest’ora estrema, Gesù avrebbe potuto invocarLo chiamandoLo Dio. Si nota, tuttavia, chiaramente l’intenzione del Redentore: volle allontanare dai fautori di quel crimine la divina severità del Giudice Supremo, interponendovi la misericordia della sua paternalità. Si arriva persino ad intravedere la forza del suo argomento: se il Figlio, vittima del delitto, perdona, perché non lo potete fare anche Voi?


Sebbene non vi fosse fondamento per scusare la follia e l’ingratitudine del popolo, l’ira dei carnefici, l’invidia, l’odio dei principi e dei sacerdoti, ecc. così infinita fu la Carità di Gesú che Egli argomenta con il Padre: “perché non sanno quello che fanno.”


L’assenza assoluta di risentimento fa scendere dall’alto della croce la luminosità armoniosa e persino affettuosa dell’amore per il prossimo come per sé stesso. Sentendo questa supplica, capiamo quanta assenza di animosità vi fosse in Gesù quando espulsò i mercanti dal Tempio: era, di fatto, premura per la casa di suo Padre.


Seconda Parola: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso”. (Lc 23, 43)

La scena non potrebbe essere più pungente. Gesù si trova tra due ladroni. Uno di essi conferma l’affermazione della Scrittura: Un abisso chiama l’abisso (SL 41,8). Bestemmia contro Gesù dicendo: Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi! (Lc 23, 39).


Mentre questo ladrone lo offende, l’altro lo rimprovera dicendo: “Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male” (Lc 23 40-41).


Sono parole inspirate, in cui traspaiono la santa correzione fraterna, il riconoscimento dell’innocenza di Gesù, la confessione pentita dei crimini commessi. Sono virtù che gli preparano l’anima a un’osata supplica: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”(Lc, 23, 42).


Nel riferirsi a Gesù come “Signore”, il buon ladrone professa la sua condizione di schiavo e Lo riconosce come Redentore. Il “ricordati di me” è affermativo, non ha nessun senso condizionale perché la sua fiducia è piena e irremovibile. Capisce la superiorità della vita eterna su quella terrena, che per il cattivo ladrone, costituisce un delirio: l’allontanamento dalla morte, il recupero della salute e dell’integrità.


Il buon ladrone confessa pubblicamente Nostro Signore Gesù Cristo, diversamente persino da San Pietro che per tre volte aveva negato il Signore. Tale gesto gli fece meritare il premio di Gesù: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso” (Lc 23, 43).


Gesù rende solenne la prima canonizzazione della storia: “In verità…”

La promessa è categorica persino riguardo la data: oggi. San Cipriano e Sant’Agostino arrivano ad affermare che il buon ladrone ricevette la palma del martirio, per il fatto che, per libera e spontanea volontà, confessò pubblicamente il Nostro Signore Gesù Cristo.


Terza Parola: “Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: Donna, ecco il tuo figlio!. Poi disse al discepolo: Ecco la tua madre! E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa. (Giov 19, 25-27)

Con queste parole Gesù pone fine alla sua comunicazione ufficiale con gli uomini

Consideriamo un breve commento di Sant’Ambrogio su questo brano: “San Giovanni scrisse ciò che gli altri tacquero: (poco dopo di) aver concesso il regno dei cieli al buon ladrone, Gesù, inchiodato sulla Croce, considerato vincitore della morte, chiamò sua Madre e Le tributò la riverenza del suo amore filiale. E, se perdonare il ladrone è un atto di pietà, lo è molto di più omaggiare la Madre con tanta tenerezza…Cristo dall’alto della croce, faceva il suo testamento, distribuendo tra sua Madre ed il suo discepolo i doveri del suo affetto” (in S. Tommaso d’Aquino, Catena Aurea).


È esaltante constatare come Gesù, in un atteggiamento di grandioso affetto e nobiltà, pose fine ufficialmente al suo rapporto con l’umanità in cui si era incarnato per redimerla. Dall’apice del suo dolore, manifestò l’affetto di un Dio per sua Madre Santissima e concesse il premio al discepolo che aveva abbandonato i propri genitori per serguirLo: cento volte tanto in questa terra (Mt 19, 29).


È perfetta ed esemplare la prontezza con cui San Giovanni assume l’eredità lasciata dal Divino Maestro: “E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa” (Giov 19, 27). San Giovanni scende dal Calvario proteggendo, ma soprattutto protetto dalla Regina del cielo e della terra. È il premio di chi cerca di adorare Gesù all’estremo del suo martirio.


Quarta Parola: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Mt 27, 46)


Gesù grida ad alta voce. Il suo grido fende non soltanto l’aria di quell’istante, ma i cieli della storia. Le nostre orecchie sono dure, era indispensabile parlare forte. Gesù non proferisce un lamento, né fa delle accuse. Desidera, per l’amore verso di noi, farci capire la terribile atrocità dei suoi tormenti. Così più facilmente ci rendiamo conto chiaramente di quanto pesano i nostri peccati e di quanto dobbiamo essere grati per la Redenzione.


Come capire quest’abbandono? Non si ruppe – ed è impossibile – l’unione naturale ed eterna tra le persone del Padre e del Figlio. Nemmeno si divisero la natura umana e quella divina. Non si interruppe mai l’unione tra la grazia e la volontà di Gesù. Tanto meno perse la propria anima la visione beatifica.


Perse Gesù, questo sì, e temporariamente, l’unione di protezione da Lui menzionata nel Vangelo: “Colui che mi ha mandato è con me e non mi ha lasciato solo”(Giov 8, 29). Il Padre avrebbe potuto proteggerLo in questo momento (cfr. Mc 14, 36; Mt 26, 53; Lc 22, 43). Il proprio Figlio avrebbe potuto proteggere il suo Corpo (Giov 10, 18; 18, 6) o conferirgli il dono dell’incorruttibilità e dell’impassibilità, una volta che la sua anima si trovava nella visione beatifica.


Ma così determinò la Santissima Trinità: la debilità della natura umana in Gesù avrebbe dovuto prevalere per un certo periodo, affinché si compisse ciò che era scritto. Per questo Gesù non si rivolge al Padre come in genere soleva fare, ma fa uso dell’invocazione “mio Dio”.


L’ordine dell’universo creato è coeso con l’ordine morale. Entrambi derivano da una stessa ed unica causa. Se la prima non si solleva per vendicarsi di coloro che dilaniano i principi morali per mezzo dei propri peccati è perché Dio trattiene loro l’impeto naturale. Se così non fosse, i cieli, i mari e i venti si alzerebbero contro ogni e qualsiasi offesa fatta a Dio. Ma come frenare la natura dinanzi al deicidio? Per questo motivo, nell’istante di quel delitto supremo, “si fece buio su tutta la terra”…(Mt 27, 45).


Quinta Parola: “Ho SETE.” (Giov 19, 28)


L’evangelista segnala che Gesù disse tali parole “sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, per adempiere la Scrittura. Vedendo che vi era lì un vaso pieno d’aceto; i soldati posero una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca”. (Giov 19, 28-29).


Si compiva così il versetto 22 del salmo 68: “Hanno messo nel mio cibo veleno e quando avevo sete mi hanno dato aceto”.


Qual è la ragione più profonda di questo episodio? È un vero mistero.


Gesù aveva versato una buona quantità del suo preziosissimo Sangue durante la flagellazione. Le piaghe in via di cicatrizzazione furono riaperte lungo la strada e ancora di più quando gli strapparono le vesti per crocifiggerLo. Il poco sangue che gli restava scorreva lungo il sacro legno. Per questo motivo, la sete divenne ardentissima. Oltre questo senso fisico, la sete di Gesù significava qualcosa in più: il Divino Redentore aveva sete della gloria di Dio e della salvezza delle anime.


E cosa gli offrono? Un soldato gli presenta, in cima a una canna, una spugna imbevuta di aceto. Era la bevanda dei condannati.


Possiamo in qualche modo alleviare per lo meno questo tormento di Gesù? Sì! Innanzitutto, compatendoci di Lui con amore e vera pietà e presentandoGli un cuore pentito e umiliato.


Dobbiamo voler prendere parte di questa sete di Cristo, desiderando innanzittuto la nostra propria santificazione, con rinnovato sforzo in modo da non pensare, da non desiderare o praticare qualsiasi cosa que non ci conduca a Lui. Per Lui sarà acqua fresca e cristalina la nostra fuga vigilante dalle occasioni vicine al peccato. Compatiamoci anche di coloro che vivono nel peccato o che in esso cadano e lavoriamo per la loro salvezza. Insomma, impegniamoci con animo nel compito di affrettare il trionfo dell’Immacolato Cuore di Maria.


Il Salvatore ci invoca dall’alto della croce perché difendiamo, più del buon ladrone, l’onore di Dio, cercando di condurre l’opinione pubblica alla vera Chiesa. È nostro dovere cercare entusiasticamente la gloria di Cristo, “che ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore.” (Ef 5, 2).


Sesta Parola: “Tutto è compiuto!” (Giov 19, 30)


La Sacra Passione era terminata e con essa, la predicazione. Tutte le profezie si erano compiute secondo quanto interpreta Sant’Agostino: la concezione verginale (IS 7, 14); la nascita a Betlemme (Mic 5, 1); l’adorazione dei Re (Sl 71, 10); la predicazione e i miracoli (Is 61, 1; 35, 5-6); il glorioso ingresso a Gerusalemme nel giorno delle Palme (Zc 9, 9) e tutta la Passione (Isaia e Geremia).


Sulla Croce fu vinta la guerra contro il demone: “Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori” (Giov 12, 31). Nel paradiso terrestre il demone aveva preso in modo fraudolento possesso di questo mondo, con il peccato dei nostri primi genitori. Gesù lo recuperò come suo legittimo erede.


 Affinché il preziosissimo Sangue del Salvatore ponga fine all’impero del demone nelle nostre anime, è necessario che crocifiggiamo la nostra carne con i suoi capricci ed i suoi deliri, combattendo anche il rispetto umano e la superbia. Gesù ci ha aperto una strada che, anzi, tutti i santi percorsero.


Setima Parola: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23, 46)


Si è stabilita nella Chiesa, fin dai primordi, l’abitudine di raccomandare le anime dei fedeli defunti affinché la luce eterna li illumini.


Gesù, tuttavia, non aveva bisogno di raccomandare la sua anima al Padre perché essa era stata creata nel pieno godimento della visione beatifica. Dal primo istante della sua esistenza, essa si trovava unita alla natura divina nella persona del Verbo. Pertanto, nell’abbandonare il corpo sacro, sarebbe uscita vittoriosa e trionfante. “Il mio spirito”, e non l’anima probabilmente qui significherebbe la vita corporale di Gesù.


Ma Gesù aspettava la sua risurrezione in poco tempo. Nel consegnare al Padre la vita che aveva ricevuto da Lui, sapeva che essa Gli sarebbe stata restituita a tempo dovuto.


Con riverenza il Padre Eterno prese nelle sue mani la vita di suo Figlio unigenito, e con infinito compiacimento la rese, nell’atto della risurrezione, un corpo immortale, impassibile e glorioso. Si aprí così, la strada per la nostra risurrezione, restandoci l’insegnamento che essa non può essere colpita se non dal calvario e dalla croce.


AVE CRUX, SPES UNICA.

(Rivista Arautos do Evangelho, Marzo/2002, n. 3, p. 13 a 17)

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Messaggio rivolto agli Araldi del Vangelo per occasione

della approvazione Pontificia nel 22 febbraio 2001

ARALDI DEL VANGELO
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00153 Roma

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